Le foto sono a cura dei Fratelli Annese e di Federica Mancini

Il culto per i due Santi ebbe inizio, probabilmente, nel diciassettesimo secolo, nell’oratorio annesso alla dimora dei conti Acquaviva. I fedeli, legati all’immagine qui custodita, ne avevano fatto dipingere una copia, collocandola sull’altare di legno della loro chiesetta. A partire dal 1725 questa piccola cappella cominciò ad essere ampliata e nei suoi pressi fu costruito il primo cimitero. Nel 1785 giunsero da Roma le reliquie dei due Santi e, dieci anni dopo, il tempio subì un ulteriore ampliamento. Fu costruita, infatti, la crociera e vi furono collocati due nuovi altari, il primo dedicato a S. Pasquale Baylon e il secondo alla Madonna del Rosario. Fu, inoltre, innalzato un nuovo altare maggiore con coro retrostante. Occorrerà giungere al 1797 per la concessione del Fonte battesimale. Sull’altare maggiore, intanto, era stata posta una nuova tela con l’Immacolata, contornata dai Ss. Medici, S. Francesco da Paola e S. Giuseppe, portata in processione fino al 1871. Per timore che una scorreria di briganti potesse rubare il dipinto, un contadino, Giuseppe Domenico Rinaldi, ordinò allo scultore Antolini di Andria due statue lignee dei Ss. Cosma e Damiano. L’artista, prima della sua morte, riuscì a consegnare soltanto quella di S.Cosma (1782). La statua di S. Damiano (1784), quindi, fu commissionata ad un mediocre scultore di Rutigliano (Bari), un certo Luca Abbatista, detto il Tammurro.
Nel 1814 la chiesa alberobellese diventerà parrocchia.
Nel 1881 il Consiglio Comunale decise di rifare il prospetto e l’incarico fu affidato all’architetto Antonio Curri (1848-1916). La nuova facciata eclettica, costruita in pietra calcarea, è scandita da lesene e da colonne. Il frontone, sporgente, è fiancheggiato dalle statue di S. Pietro e S. Paolo. Dal livello superiore partono i due campanili, le cui celle terminano con una copertura a piramide quadrata. L’ampia scalinata conduce ad un pronao. Qui, una lapide marmorea, posta sull’architrave dell’ingresso principale, porta un’epigrafe che testimonia il rifacimento della facciata, inaugurata nel 1885.
Nel 1973 sulla lunetta è stato posto il polittico del maestro Adolfo Rollo (1898-1985) raffigurante Gesù crocifisso attorniato dall’Addolorata e da Santi. Due anni dopo è stato collocato il portale bronzeo dello stesso artista. Esso presenta otto bassorilievi, raffiguranti le Beatitudini, e 59 figure disposte sull'architrave e sugli stipiti.
Il progetto di Antonio Curri continuò ad essere seguito anche negli anni seguenti. Si allungò l’abside, che assunse forma ottagonale, e si aprirono, lungo la navata centrale, sei finestroni. La cupola, prevista nel punto d’intersezione dei due bracci della croce latina, non fu mai realizzata. Negli anni Quaranta e Cinquanta s’ingrandirono ulteriormente i bracci del transetto e si realizzò l’edicola marmorea che accoglie le statue dei due Santi. La struttura, nella sua parte decorativa, fu terminata nel 1966.
Negli anni seguenti nel tempio sono state aggiunte altre opere come l’altare maggiore (1966) in granito rosso Tranas, con otto riquadri bronzei dello scultore pontificio Giuseppe Pirrone, e il sovrastante crocifisso pensile (1976), opera di Adolfo Rollo. A quest’ultimo si devono anche i dieci pannelli (1971) che raffigurano la Madonna con il "Bambino in mezzo a Santi" e "Cristo Re attorniato da profeti e da Santi dell’Antico e Nuovo testamento", opere che decorano i due semicerchi dei bracci della chiesa. Completano la decorazione due tele di Onofrio Bramante, "La misericordia di Dio" e "Gesù Maestro" (1979). Dello stesso autore sono i quattordici quadri della Via Crucis e la tela raffigurante la Madonna di Pompei.

In questo semplice edificio risalente al 1831, ubicato in Piazza del Popolo, nacque l’architetto Antonio Curri (1848-1916). La sua figura è rilevante per la storia locale anche per la fama che egli raggiunse tra i suoi contemporanei. Il poeta Gabriele D’Annunzio scrisse di lui: "un architetto che più volte ha dimostrato il suo fine senso di arte, la purità dell’antica bellezza" (in “Pagine disperse” raccolte da Alighiero Castelli). In occasione del decimo anniversario della sua morte, si costituì un comitato locale per onorare la memoria dell’architetto alberobellese e si appose la lapide marmorea, disegnata da Gaetano Stella, ancora oggi visibile sulla facciata di questa modesta abitazione. Su di essa, il poeta napoletano Salvatore di Giacomo fece scrivere: "L’ariosa e fulgida maestà – dell’architettura - felicemente conobbe - e in ogni appassionata opera - del suo raro genio inventivo - luminosamente espresse - Antonio Curri – nato in questa casa il 9.10.1848 – morto in Napoli il 16.11.1916 – con tenero e devoto rimpianto i concittadini ricordano in questa lapide – il maestro e l’artista insigne – dalla cui fatica inspirata seppero che pur l’architettura – è poesia." Tale epigrafe è affiancata da una scultura bronzea, sempre di Gaetano Stella, allegoria dell’Architettura, che regge in una mano una colonna con capitello ionico e nell’altra una corona d’alloro.

Secondo una tradizione ormai radicata, il 22 giugno del 1797, mentre veniva eletto il primo Sindaco, Francesco D’Amore cominciava a costruire questa casa, la prima ufficialmente in cotto, vale a dire con l’uso di malta, dopo il permesso concesso dal re, in seguito alla liberazione di Alberobello dal giogo feudale. L’evento fu ulteriormente testimoniato dalla piccola epigrafe, posta sotto l’arco che segna l’area del balcone, che riporta la seguente iscrizione: EX AUCTORITATE REGIA - HOC PRIMUM ERECTUM - A.D. 1797. L’ubicazione della dimora nell’attuale Piazza Ferdinando IV di Borbone non è casuale. Essa, infatti, con il suo primo piano era perfettamente visibile dalla vicina abitazione dei conti Acquaviva d'Aragona.
Tale struttura non rappresenta un vero e proprio passaggio tecnico-costruttivo dalle prime case a trullo alle abitazioni ottocentesche. In realtà, la facciata lascia immaginare la presenza di vani interni ben diversi da quelli che in realtà sono. La stanza d’accesso, al posto del consueto cono lapideo, presenta una volta a stella. Tutti gli altri ambienti non sono molto dissimili da quelli delle case a trullo che circondavano l’abitazione. L’unico elemento d’unicità evidente, se si esclude l’uso di malta, è il piano sopraelevato raggiungibile esternamente tramite una scala. Questo è composto da tre angusti ambienti conici, posti su differenti livelli. Al primo vano, determinato da un trullo più ampio, segue un piccolo ambiente conico, che in origine era collegato al pianterreno tramite una botola. L’ultimo di tali locali, che poggia sulla volta a stella del sottostante vano principale, consente l’affaccio al balconcino.

La Confraternita dei Ss. Medici, richiesta il 29 luglio del 1840, fu fondata tre anni dopo con il regio assenso di Ferdinando II. Inizialmente, effettuava le proprie adunanze mensili e le funzioni religiose nella cappella annessa al Palazzo Acquaviva. Nel 1854 emerse, però, l’esigenza di avere una cappella dove poter effettuare l’attività di culto. L’autorizzazione vescovile giunse il 12 aprile 1855. Si decise, quindi, di innalzare un comodo oratorio in un luogo abbastanza distante dalla chiesa parrocchiale e da quello del Santissimo Sacramento.
La somma necessaria fu presa dalla cassa delle oblazioni volontarie dei confratelli. L’edificio, a pianta centrale absidata, dedicato alla Madonna del Carmine, fu consacrato nel 1856. Per quanto fosse radicata la devozione, con il passare degli anni, il numero degli adepti si ridusse tanto che l’associazione religiosa fu costretta a fondersi con quella del Santissimo Sacramento, fino al definitivo scioglimento nel 1974.

La chiesa, che domina con la sua mole il Rione Monti, fu eretta in appena quattordici mesi, sul terreno donato da una benefattrice, su progetto di Martino De Leonardis (1880-1969). L’idea iniziale fu solo parzialmente seguita, dato il successivo intervento dell’ingegnere Signorile Bianchi di Bari. L’edificio fu aperto al culto il 13 giugno 1927. Il primo economo curato, nominato nel 1946, fu lo stesso fondatore Sac. Antonio Lippolis che, nel 1952, donò all’Istituto dei Servi della Carità di don Luigi Guanella una casa costruita a trulli, con giardini annessi, per incrementare le opere d’assistenza. Nello stesso anno i Padri presero possesso della chiesa, dichiarata nuova parrocchia.
Il prospetto dell’edificio si presenta suddiviso in tre corpi. Quello centrale, cuspidato, mostra un grande arco strombato nel quale è inserito il portale d’accesso. La chiesa, a croce greca, presenta centralmente una copertura “a trullo”, terminante con lucernario a base quadrata. I quattro pilastri centrali reggono archi a tutto sesto, sui quali poggiano le volte laterali. Alla struttura esistente, successivamente, fu affiancato il seminario, che rese cieco da un lato il campanile.
L’interno, inizialmente, presentava un unico altare e un grande Cristo in croce, opera di Adolfo Rollo (1898-1985).
Nell’arco di tempo compreso tra il 1954 e il 1960, il tempio ha subito cambiamenti. Oltre all’adattamento dell’altare centrale alle esigenze di culto, si è proceduto all’innalzamento dei due altari laterali, quello del braccio di destra dedicato alla Vergine e quello di S. Antonio, sulla sinistra. I bassorilievi sulla vita del Santo, annessi all’altare, e la decorazione della parete centrale sono opera sempre di Adolfo Rollo.

Questa piccola chiesa, a navata unica e priva di transetto, illuminata dalla finestra mistilinea presente sul prospetto, è ubicata in Piazza Gian Girolamo Acquaviva ed è attigua al Belvedere del Santissimo, area sottoposta a protezione nel 1930. Fu innalzata per ospitare la confraternita del Santissimo Sacramento che, fondata nel 1823 e riconosciuta ufficialmente nel 1826, inizialmente effettuava le proprie adunanze presso il Trullo Sovrano. La chiesa fu eretta per proposta del Vescovo, oltre che della confraternita, il 30 novembre 1834, a causa della mancanza di spazio all’interno della parrocchia dei Ss. Medici.
Ristrutturato e benedetto al culto di S. Lucia nel 1856, l’edificio è stato oggetto di diversi interventi fino all’ultimo decennio dell’Ottocento.
Nel 1904 il Rettore della chiesa, autorizzato dal vescovo Antonio Lamberti, ottenne da Venezia una reliquia di S. Lucia.

Quest’asse viario seicentesco, il cui allineamento fu affidato nel XIX secolo dal sindaco Giulio Ernesto Acquaviva all’architetto Antonio Curri (1848-1916), collega gli edifici più rappresentativi del paese: Palazzo Acquaviva, la chiesa dei Ss. Medici e il Municipio. I primi chiudevano i due estremi della strada, il Municipio, invece, si poneva in senso longitudinale rispetto ad essa. Intorno a questi tre edifici, fu organizzata l’edificazione ottocentesca del centro urbano che segnò l’avvenuto passaggio di potere dalla vecchia aristocrazia alla ricca borghesia latifondista.
La voglia di prestigio si manifestò soprattutto con l’esigenza di edificare dimore eleganti e imponenti, specie se paragonate alla restante realtà architettonica del paese. Esempi sono Palazzo Cassano, Casa Bernardi e Palazzo Agrusti. Non mancarono interventi decorativi anche all’interno degli stessi. Grazie all’interessamento dell’architetto Antonio Curri, per esempio, l’ultima abitazione citata ha saloni decorati da due artisti napoletani: Salvatore Cozzolino (1857- dopo il 1916) e Luigi Fabron (1855-1907).
Analogo discorso si potrebbe fare per buona parte dei palazzi ottocenteschi o primo-novecenteschi che si affacciano su Via Trieste e Trento, Via Garibaldi e Via Cesare Battisti, assi di rilievo nella progettazione urbanistica del XIX secolo. Anche se non tutti sono forniti di soffitti istoriati, buona parte di essi presenta prospetti di notevoli dimensioni, abbelliti da motivi decorativi abbinati, a volte, a simboli apotropaici, elementi che l’antica credenza popolare considerava dotati di particolari virtù magiche e capaci di allontanare le influenze maligne.

Innalzato in piazza del Popolo, già piazza della Vittoria, il monumento ai caduti della prima guerra mondiale, fu solennemente inaugurato il 27 maggio del 1923. Sulle quattro lapidi di marmo, poste alla base dell’obelisco, furono elencati i nomi dei caduti e le parole del Sindaco dell’epoca. Benché realizzato in tale periodo dallo scultore barese G. Laricchia, questo slanciato monumento monolitico era stato progettato dall’architetto Antonio Curri (1848-1916) sin dal 1897, affinché fosse innalzato per celebrare il primo centenario della liberazione dal feudalesimo di Alberobello. A causa di difficoltà finanziare e per nuove disposizioni legislative, si decise di rimandare ad altra epoca la sua erezione. Il disegno rimase chiuso negli archivi fino al 1919, anno in cui fu utilizzato, anche se non fedelmente seguito, per la destinazione attuale.

Monumento nazionale dal 1930, l’antica residenza ospita attualmente il Museo del Territorio. È ubicata tra Piazza 27 Maggio e Piazza M. Pagano, a ridosso della zona monumentale dell’Aia Piccola. L’insieme è costituito da strutture a trullo alquanto differenti tra loro e aggregate in diversi periodi storici. Il nucleo più antico, costituito da organismi edilizi semplici e di piccole dimensioni, si affaccia su Piazza M. Pagano. Originariamente si trattava in prevalenza di strutture monocellulari, con focarili e alcove, che presentano una tipologia costruttiva arretrata, caratterizzata da murature edificate con pietre non squadrate, poste senza alcun legante. A tale nucleo furono annesse, in tempi successivi, costruzioni più accurate e l’edificio a due piani. Questa parte della struttura ha una particolare articolazione tipologica, dato che si presenta come una successione d’ampi vani che si susseguono dalla piazza al giardino retrostante. Viene meno, in altre parole, la tipica strutturazione edilizia delle abitazioni a trullo. Anche l’edificio a due piani, coperto a trullo e a conversa, che si affaccia su Piazza 27 maggio, è insolito per Alberobello. La conversa è stata realizzata nella parte più in vista, prospiciente la piazza, forse perché considerato un elemento costruttivo dotato di maggiore dignità rispetto ai retrostanti trulli. Quest’abitazione era di proprietà del medico Giacomo Pezzolla, accusato, in un atto notarile datato 15 aprile 1797, di aver edificato una piccola loggetta, modificando l’aspetto della sua abitazione e contravvenendo alle disposizioni del Conte. Gli avvenimenti storici che seguirono il 27 maggio dello stesso anno fornirono la risoluzione al problema ed evitarono il rischio d’abbattimento.
Il prospetto di quest’edificio si presenta particolarmente accurato e dotato di discreti elementi decorativi: una cornice in pietra disegna il perimetro del frontone e gli architravi della finestra e del portone sono impreziositi da motivi ornamentali tardo-settecenteschi. Il balconcino, in pietra lavorata, chiude la finestra del primo piano.
Ponendosi di spalle all’ingresso del museo si possono osservare, sul lato sinistro della piazzetta, i granai dei Conti, anch’essi coperti a conversa. Qui i contadini erano obbligati a battere il grano e ad ammonticchiare i raccolti da consegnare in decime. Sempre in Piazza 27 maggio, detta delle Erbe, si svolgeva il mercato settimanale, istituito da Ferdinando II nel 1855.

Monumento nazionale dal 1930, quest’imponente edificio, così chiamato dal 1916, è ubicato in Piazza Sacramento, alle spalle della basilica di Ss. Medici. Lo storico locale Notarnicola c’informa che era denominata la Corte di papa Cataldo perché posseduta e probabilmente edificata dalla famiglia del sacerdote Cataldo Perta (1744–1809), che lo usò come sua dimora, mentre nei trulli circostanti abitavano i dipendenti.
Nel corso dei secoli il Trullo Sovrano è stato utilizzato, oltre che come abitazione, anche come spezieria e cappella. Nel 1785, infatti, ospitò le reliquie dei Ss. Cosma e Damiano, portate dallo stesso don Cataldo Perta da Roma. Dal 1823 al 1837 vi tenne il proprio oratorio la Confraternita del Santissimo Sacramento.
Il Trullo Sovrano rappresenta la massima capacità progettuale raggiunta per le costruzioni a trullo e, nello stesso tempo, inaugura la nuova fase costruttiva “a cotto”, vale a dire con l’uso di malta. Edificato da un anonimo costruttore, presenta un ingresso patronale rivolto a sud, inserito in un grande timpano di facciata, e formato da un arco sulla cui lunetta è dipinta una scena del Calvario, riconducibile alla prima metà dell’Ottocento. Due spioncini, al lato della porta servivano sia per riconoscere un ospite benaccetto sia per colpire con una fucilata un malintenzionato.
Al suo interno, superata la piccola stanza da letto sulla sinistra, si accede all’ampio vano d’ingresso, coperto da una volta a crociera, sorretta da una successione di piccoli archi a tutto sesto, addossati a due muri perimetrali. Tali archi neutralizzano la spinta laterale della volta e scaricano il peso della struttura sui muri di sostegno. Da questa stanza si accede all’ampia cucina, comunicante con il giardino. Una porta sulla sinistra immette ai locali che costituiscono il primo nucleo abitativo, attorno al quale è stata edificata tutta la restante struttura. Sulla volta della sala d’accesso si imposta la copertura a trullo, il cui volume costituisce il primo piano, utilizzato come camera per gli ospiti o come luogo destinato alla tessitura. La scala, che conduce a questo ambiente, è stata ricavata nello spessore murario.
Il Trullo Sovrano, dotato di diversi ingressi, era composto, prima del recente smembramento, da dodici ambienti. Questi fornivano all'abitazione una considerevole ricettività. Lo spazio di tali vani era ulteriormente dilatato dall’apertura di nicchie e stipi che, ricavati nello spessore murario e muniti di ripiani, una volta murati, diventavano nascondigli particolarmente utili nel periodo del Brigantaggio.
Restaurato nel 1993 il Trullo Sovrano, di proprietà privata, è attualmente adoperato come spazio museale.

Il “museo del Vino” di Alberobello è un tributo alla cultura enologica ed agricola di questo territorio e di tutta la Puglia. Fortemente voluto dal cav. Dante Renzini, il museo è collocato negli ampi spazi del piano superiore della cantina Albea, interessante esempio di architettura industriale del XX secolo, e ne è parte integrante, in quanto il visitatore ha modo di apprezzare, mettendo a confronto i vecchi attrezzi agricoli e le moderne tecnologie della cantina, l'evoluzione che in questo ultimo secolo ha segnato la crescita ed il miglioramento della produzione dei vini pugliesi. La ricca raccolta degli antichi strumenti agricoli e la documentazione fotografica conducono il visitatore attraverso un itinerario che lo mette a conoscenza delle varie tecniche di vinificazione adottate in passato fino ad arrivare a quelle, senz'altro più raffinate e sofisticate, utilizzate oggigiorno.
Il museo fa apprezzare i segni della fatica che ha segnato la progressiva crescita della produzione enologica che ha avuto inizio fin da quando il lavoro della potatura delle viti, della raccolta dell'uva, così come il lavoro in cantina e la cura dei terreni, richiedevano un enorme sforzo fisico, non sempre compensato da risultati soddisfacenti.

Il palazzo fu fatto costruire dal conte Gian Girolamo II Acquaviva d’Aragona, detto il Guercio di Puglia, come ostello per la villeggiatura e per la caccia. Su di un’epigrafe, che ne testimonia la committenza leggiamo: IOANNIS HIERO / NYMI AQUAVIVA B / ARAGONIA VIII / CONVERSANI COMITIS / IUSSU 1635. La posizione prescelta per la residenza consentiva un facile e costante controllo della zona Monti. Dopo la liberazione, alcuni discendenti degli Acquaviva abitarono stabilmente in questa dimora, partecipando alla vita pubblica e politica.
In una minuziosa descrizione del palazzo, risalente al 1822, si enumerano numerosi sottani, adibiti a molini, stalle, forno, pagliaio e botteghe. Nella parte superiore dell’edificio, riservata agli Acquaviva, il documento citato registra tredici locali, tra loro comunicanti e attigui alla cappella di famiglia, dedicata ai Ss. Medici. In tale oratorio il Conte, nel 1636, fece collocare un dipinto, oggi scomparso, raffigurante la Vergine di Loreto e lateralmente i Ss. Medici Cosma e Damiano. Il culto per i due Santi fu molto probabilmente portato dalla contessa Isabella Filomarino, moglie di Gian Girolamo Acquaviva, e da questa curato fino al 1665, anno della morte del marito.
Ai vani del piano nobile si accedeva tramite una scala, coperta da una loggia, che guardava la piazza. Qui si affacciava il portone principale del palazzo, scomparso per alcuni interventi risalenti alla prima metà del ventesimo secolo. Nel 1878 si commissionò un progetto di ristrutturazione dell’intero edificio al noto architetto napoletano Giovanni Castelli (1825-1902) che, in quegli anni, seguiva il cantiere dell’attuale Ateneo barese. Il progetto prevedeva un ampliamento generale della struttura e l’edificazione di nuovi volumi edilizi su Piazza Gian Girolamo e Piazza del Popolo. Le grandi stalle, ancora esistenti, avrebbero dovuto fiancheggiare un giardino pensile. In realtà, si realizzarono solo in parte alcune delle modifiche previste dall’architetto Castelli.
Morto il Conte, nel 1891 la Contessa commissionò all’ingegnere Vincenzo Ripoli di Rossano Calabro, un nuovo progetto, anche questo mai realizzato. La nobildonna, intanto, si era fatta inviare stampe riproducenti "Nouvelles maison de campagne di Paris et ses environs" e tre disegni da progettisti napoletani. Il primo, redatto dallo Studio ed Officine elettrotecniche degli ingegneri Contaldi, riprende modelli edilizi francesi. Lo stesso tipo di riferimento è adottato per la prima proposta di Francesco Travaglini che, invece, per la seconda rimanda a forme neogotiche.
Alla morte della contessa Rosa Labonia, avvenuta nel 1915, i suoi beni passarono alla nipote marchesa Gabriella Labonia dei baroni di Bocchigliero, sposata Avati.
La casina fu ulteriormente modificata durante la prima metà del XX secolo. I locali prospicienti Piazza del Popolo, originariamente scuderie, furono ristrutturati per volontà del sindaco Pietro Campione.

Prospiciente Piazza del Popolo, il Municipio fu progettato nel 1843 dall’architetto Vincenzo Fallacara. I lavori furono seguiti, dal 1844 al 1848, dai due fratelli Orazio e Tommaso Curri. Oltre a modificare il progetto in corso d’opera, i due cottimisti eressero una torre dell’orologio i lavori della quale erano stati eseguiti fuori disegno e fuori contratto, contenuti in un progetto tutto nuovo. L’edificio fu inaugurato nel 1863.
A seguito di un’esigenza d’ampliamento, intorno al 1867 il figlio di Tommaso, il giovanissimo Antonio Curri (1848-1916), elaborò un’idea progettuale. Il disegno acquerellato dello stesso, oggi conservato in una collezione privata a Roma, prendendo l'avvio dall’edificio esistente, prevede la costruzione di tre corpi. Quello centrale è fiancheggiato da due torri, terminanti con un coronamento a tempietto circolare neoclassico, e da altrettanti corpi laterali, uguali e simmetrici. Il progetto fu solo parzialmente realizzato. Con il primo lotto, delle due torri previste fu compiuta solo quella di sinistra, demolita alla fine del diciannovesimo secolo.
A partire dagli anni Cinquanta l’edificio ha subito varie ristrutturazioni e ampliamenti. Sono stati aggiunti, infatti, due nuovi corpi edilizi, rispettando solo in facciata il progetto ottocentesco.

Monumento nazionale dal 1930, questo quartiere, oggi Patrimonio UNESCO, ubicato sul versante sud-est di Alberobello, separato dal Rione Monti dal Largo Martellotta, agli inizi del diciannovesimo secolo contava quattrocento trulli, che si affacciavano su otto piccole strade, abitati da circa 1300 abitanti. Il suo nome, secondo quanto scrive lo storico locale Notarnicola, deriva dal fatto che, nel suo estremo lembo orientale, "(…), eravi, nel sec. XVIII, un’aja piccola in contrapposto ad una grande, che esisteva in piazza delle Erbe (…). L’Aja piccola fu costruita quando, col crescere dei raccolti (e si presume anche della popolazione e delle terre coltivate) l’aia grande si era resa insufficiente per i bisogni agricoli. Conseguentemente, la parte del paese che si estese da quel lato, prese il nome da quell’importante particolare(…). Nel rione Aja piccola vi erano inoltre: la Corte di Giangiacomo (…) e quella di Pozzo Contino (…)".
Le Corti erano costituite da uno spiazzo o cortile, circondato da un muro di cinta, che precedeva l’abitazione vera e propria. Su tale atrio si affacciavano le abitazioni patronali e quelle dei dipendenti e vi si accedeva da un grande portone. Esse erano una sorta di masserie urbane.

Questo quartiere, oggi Patrimonio UNESCO, che sorge sulla collina a sud del paese, conta oltre mille trulli ed è intersecato da quindici vie. Tutta la zona è stata edificata sul fianco del colle a ridosso di Largo Martellotta. Le abitazioni, molte delle quali oggi utilizzate a fini commerciali, sono allineate lungo otto vie parallele (Via Monte Nero, Via Monte S. Marco, Via Monte S. Gabriele, Via Monte S. Michele, Via Monte Sabotino, Via Monte Santo, Via Monte Adamello, Via Cadore) che tagliano in senso longitudinale il tessuto urbano. Particolari risultano Via Monte Nero, Via Monte Pasubio, Via Monte S. Michele e Via Monte Sabotino, lungo le quali sorgono le abitazioni più antiche.
Risalgono al 1843 i “Regolamenti di polizia urbana, come fino ad ora si era praticato, e rurale” che proibivano agli alberobellesi di costruire a secco come finora si era praticato. Questa disposizione andava osservata in tutte le strade del paese, tranne nella strada Monti che, essendo abitata da poveri, ne sarebbe stata esente. La particolare condizione di povertà e la norma citata hanno garantito la manutenzione e la sostanziale conservazione dell’intero tessuto urbano che, prima dell’abbandono definitivo della tecnica costruttiva tradizionale, contava almeno duemila trulli.
Con Regio decreto del 1910 l’intero rione fu dichiarato Monumento nazionale con la seguente motivazione: "Il rione Monti (…), eccezionale per le sue costruzioni a trullo, non deve più oltre essere deturpato da costruzioni moderne che mutino la linea caratteristica del paesaggio, poiché ha importante interesse pubblico ed è quindi sottoposto alle disposizioni (…) per la protezione delle antichità e belle arti. "
Nel 1923 il Consiglio Comunale deliberò di apporre una lapide sulla facciata di un’abitazione, sita all’inizio di Via Monte S. Gabriele, che ricordasse la visita di Umberto II e in suo onore nominò l’area Zona Monumentale Principe di Piemonte.

Percorrendo la scalinata di Via Monte Nero ci si imbatte in quest’antichissima abitazione, edificata su una roccia affiorante. Essa presenta una struttura a gradoni, priva di finestre, le cui fondamenta sono costituite da grossi macigni appena sbozzati. I trulli siamesi, particolari per la loro “forma doppia”, hanno due ingressi, uno per cono, che si affacciano su strade diverse. Anche se all’interno si distinguono i diversi vani, anticamente messi in comunicazione da una piccola porta, all’esterno la copertura si presenta insellata, essendo stata colmata la rientranza tra i due coni. Questa caratteristica, assente nei trulli più recenti, conferma ulteriormente l’arcaicità della costruzione. Molti riconducono l’origine della sua particolare forma a una leggenda popolare.

A pochi chilometri dal centro abitato, è un’area ricca di vegetazione ad alto fusto. Nel 1811, a seguito di una concessione del governo di Gioacchino Murat, tutta la zona divenne parte integrante del territorio del comune di Alberobello, dopo essere stata tolta, non senza proteste, al Conte di Conversano. A partire dal 1827, la sua estensione ha subito una notevole riduzione, a causa della messa a coltura di molte terre e per il considerevole taglio di alberi. Nel secolo scorso, la vendita del legname, infatti, portava denaro alle casse comunali, adoperato per finanziare i lavori pubblici. Recentemente tutta l’area è stata recintata per consentire una tranquilla fruibilità pedonale. Nelle sue vicinanze sono presenti alcuni impianti sportivi, un campeggio e aree di svago attrezzate.

Si tratta di un vasto bacino carsico, che si estende a nord-est di Alberobello, tra i centri di Castellana Grotte, Putignano e Selva di Fasano. Tutta l’area è attraversata da una strada che, fin dall’antichità, servì come collegamento funzionale tra il territorio della Peucetia e quello messapico. L’intera zona è tra le più fertili della Puglia grazie a un fondovalle ricoperto da un manto di terra rossa. Circa l’origine del toponimo i pareri sono discordi. Alla generica denominazione di Canale, con il passare del tempo, si sono aggiunte specificazioni come delle Pile, antiche cisterne sotterranee, e, in seguito, di Pirro, ambizioso re dell’Epiro chiamato a sostegno della città di Taranto contro gli eserciti romani nel 280 a.C., con il quale il bacino carsico non ha la minima relazione.
Data la fertilità del suolo e l’abbondanza delle riserve idriche, i coloni, sin dall’antichità, occuparono progressivamente le terre migliori. Tutta la zona, così, fu caratterizzata da insediamenti sparsi che con il passare dei secoli sono stati sostituiti dalle attuali masserie. Esse, al centro di vasti poderi, erano edificate su ottimi punti di avvistamento per difendersi dai ladri e dai briganti. Strutturalmente sono caratterizzate dalla presenza di alcuni ambienti “a trullo”, utilizzati come depositi e stalle. Spesso vi sono un’aia (spiazzo utilizzato per la trebbiatura dei cereali) e grandi pozzi per la raccolta delle acque. Di particolare rilievo sono la masseria Badessa, la masseria Torricella, la masseria Malvisco e la Cavallerizza. Quest’ultima, costruita nella prima metà del Cinquecento dalla Serenissima Repubblica di Venezia, lega la sua storia alla vicina Coreggia, frazione di Alberobello.

È una storia affascinante e travagliata quella della ex “Fondazione Gigante” di Alberobello, meglio conosciuta come la “Casa Rossa”: grande masseria edificata sul finire dell’Ottocento per volere di don Francesco Gigante, destinata per suo volere a diventare sede del nascente Istituto Agrario. Il luogo prescelto per la costruzione, la contrada “Albero della Croce”, con i suoi settantadue ettari, avrebbe dovuto aiutare gli studenti a trovare la concentrazione necessaria per lo studio. L’istituto scolastico rimase attivo fino ai primi mesi del 1940. Il 28 giugno di quello stesso anno, la “Casa Rossa” fu trasformata in un campo di internamento per inglesi, ebrei tedeschi in fuga dal Reich, ebrei italiani, ex-polacchi, apolidi anarchici e antifascisti. Rimase in funzione fino al 6 settembre 1943. L’anno seguente l’edificio diventò colonia di confino politico per ex fascisti e per individui macchiati di crimini di guerra in attesa di processo. Nel 1947 si trasformò in centro di accoglienza per donne senza dimora e, infine, in centro di raccolta per profughi stranieri. Da allora la masseria ha cambiato spesso funzione diventando, tra l’altro, anche carcere minorile. Successivamente, la messa in liquidazione della “Fondazione Gigante” ha portato alla vendita all’asta della struttura.

Oggi possiamo osservare solo una piccola parte del faraonico progetto, realizzato dall’architetto Antonio Curri (1848-1916). Egli, prediligendo la ripresa dello stile egizio, aveva proposto l’edificazione di un doppio ordine di colonne e di una cappella centrale, fiancheggiata da una piramide e da un obelisco. Il prospetto presenta un pronao di dodici colonne sormontate da capitelli e fiancheggiato da due torri. La trabeazione, costituita da un architrave piano con cimasa, è decorata da motivi ripresi da antichi monumenti. Il colonnato immette in una grande corte, provvista di ampie scalinate a nord, a est e a ovest, che salgono lungo il colle sul quale il cimitero fu edificato. Tramite queste si raggiunge un primo spiazzo che presenta la cappella a pianta centrale, edificata da pochi decenni e mancante della prevista cupola, dove sono ubicate le tombe dei vescovi e dei sacerdoti di Alberobello. Risale al 1904 la benedizione di questa prima parte del cimitero.

La località Barsento si estende tra i territori dei comuni di Alberobello, Noci, Putignano e Castellana Grotte. La Regione Puglia dal 1997, esponendo motivazioni di salvaguardia sia antropiche sia naturalistiche (Direttiva U.E. 92/43), ha reso, parte di quest’area, riserva naturale. Impomatante è la chiesa di S. Maria di Barsento. Essa mostra una facciata cuspidata, dotata di un’unica porta d’ingresso preceduta da un protiro quadrangolare, probabilmente risalente al quindicesimo secolo, chiuso lateralmente e coperto da un tetto a conversa. Sia i tetti spioventi a doppia falda delle navate sia quello del protiro sono ricoperti da chianche. Il prospetto termina con un piccolo campanile a vela, tipico dell’architettura religiosa rurale pugliese. Tre piccole absidi mostrano un rivestimento semiconico, voltato con la tecnica delle coperture a trullo.
Nel corso dei secoli la struttura è stata oggetto di svariati interventi tesi al mantenimento o all’ammodernamento. Internamente l’edificio si presenta a tre navate voltate a botte e comunicanti per mezzo di arcate, poggianti su tozze mensole e su pilastri quadrati. Le navate minori, in realtà, sono state aggiunte in seguito. L’edificio più antico era ad aula unica, coperta da capriate lignee. Ogni navata termina con una piccola abside. Di queste, solo la centrale è dotata di una piccola finestra quadrata, oggi murata. Innanzi alle tre absidi troviamo altrettanti altari a mensa, dei quali il maggiore fu rifatto nel corso del Seicento. In tale periodo, grazie agli studi di G. Assennato, sappiamo che Orazio Ruberto Pucci (1625-1698), gentiluomo di camera del granduca di Toscana Cosimo III e suo ambasciatore in Inghilterra e nel Regno di Napoli, “avendo comprato da Girolamo Acquaviva, duca di Nardò, la terra di Barsento in provincia di Bari per 4000 scudi, n’ebbe da Filippo IV di Spagna, con diploma 3 giugno 1662, la investitura col titolo di marchese.” Il luogo, citato sin dal 1620, e fino alla fine del Settecento, come S. Maria di Varieto, oltre che Barsiento, Barsenti, Balsente e Varsiento, è oggi di proprietà privata. L’Associazione pro oasi del Barsento, costituitasi nel 1995, oltre ad incentivare le ricerche sul sito, cerca di tutelare gli aspetti storico-architettonici, non solo della chiesa, ma anche delle numerose masserie presenti nell’area. Rilevanti sono, per storia e tipologia, le masserie I Monti, Papa Perta, Parco della casetta e Vaccari Contessa. Presso la masseria Angiulli è ancora possibile visitare un trullo con una particolare pavimentazione detta a pietra ficcata, costituita da piccoli e medi conci calcarei conficcati nel terreno, anche grazie al peso degli armenti e al loro continuo passaggio. Da citare, inoltre, la Grotta del sapone e quella della Madonna, connesse alla storia locale, al culto e a particolari leggende popolari.

Frazione di Alberobello e distante da questa tre chilometri, anticamente apparteneva al territorio della città di Egnatia, centro marittimo che raggiunse il massimo splendore tra il quarto e terzo secolo a.C. Il nome Coreggia è da ricondurre alla presenza dei veneziani nella masseria Cavallerizza, nel vicino Canale delle Pile. Nel periodo 1495-1532, infatti, i cavalli di razza, selezionati e allevati nella masseria e addestrati presso la vicina località Impalata, erano condotti qui per ricevere le corregge.
Nel 1748 si costruì una piccola cappella che, aperta al culto nel 1805, fu donata alla Parrocchia di Alberobello. "Questa, nella seconda metà dell’Ottocento, fu ampliata e intitolata alla Madonna del Rosario. Il borgo restò territorio di Monopoli fino a che, a termine di una lunga contesa, il Sindaco di Alberobello ne ottenne l’annessione. Una lapide, posta all’ingresso di Coreggia, collocata presso la citata chiesetta, ricorda l’avvenimento con queste parole: Questa zona che ammiri, adorna di viti, di ulivi e di casette, già coltivata dai vecchi coloni alberobellesi, molto premurandosi il Sindaco Cav. Angelo Turi, per compirsi i voti dei cittadini e i tentativi dei loro Capi, il Re Umberto I, sottrattala alla giurisdizione di Monopoli, l’aggregò al Comune di Alberobello l’anno del Signore 1895."

Una delle poche neviere ancora esistenti è quella della Massariola, a tre chilometri da Alberobello, sulla SS 172 dei Trulli, tra le masserie Chietri e Badessa. Questa costruzione era destinata alla conservazione della neve che, ammassata nei mesi invernali, era venduta, ghiacciata, a partire dal mese di giugno. L’edificio, coperto a conversa con chiancole disposte a secco, si presenta a due piani. Il primo è, in realtà, una cisterna seminterrata, coperta a botte, profonda circa sei metri e dotata di due porte. Per accedere al vano superiore, anch’esso coperto da una volta a botte, adibito a pagliaio, si adoperava una scala esterna. Sul pavimento, al centro, una botola consentiva di calare la paglia necessaria per la conservazione della neve. Questa, infatti, battuta e appianata, era intervallata a strati di paglia che, oltre a separare i vari livelli, garantivano l’isolamento termico. L’ultimo strato di paglia era quello più spesso, per poter meglio proteggere dai raggi solari il ghiaccio sottostante. Sul pavimento, al contrario, era appoggiato uno strato di fascine, in modo da poter staccare agevolmente il ghiaccio che si sarebbe formato sul fondo. Con i primi caldi il maestro di neviera assumeva e guidava circa trenta operai “specializzati” oltre a tre addetti ai cavalli, dato che, prima di trasportare il ghiaccio fino al punto di vendita, si procedeva alla squadratura dei blocchi e si effettuava il taglio con accette e seghe a punta.